Premessa n°1: il pezzo contiene alcuni riferimenti alla trama del libro, ma nulla di più di quello che potete trovare nella quarta di copertina.

Premessa n°2: Il libro “Il Diavolo veste Prada” è stato a lungo tra i  miei libri preferiti. Il film lo riguardo ciclicamente prima di ogni fashion week, quindi la mia non è da considerarsi una recensione oggettiva e “letteraria” ma un commento puramente personale e con un occhio da “fashionista” (se così lo vogliamo definire).

Quando ho saputo che sarebbe uscito in libreria “La vendetta veste Prada”, sequel attesissimo de “Il diavolo veste Prada”, lo ammetto, ho avuto un piccolo brivido di gioia.

La trama del romanzo (con qualche piccolo cambiamento nel celeberrimo film con Merryl Streep Anne Hathaway) la ricordavo come semplice ma efficace (giovane di belle speranze e grandi aspirazioni finisce a lavorare nello scintillante mondo dell’editoria fashion sotto il giogo di una capa elegantissima, ma sadica e sociopatica – praticamente un omaggio neanche troppo mascherato ad Anna Wintour, presso cui l’autrice Lauren Weisberger ha lavorato). Ma ad affascinare noi ragazze all’epoca fu soprattutto il poter “entrare” in “quel” mondo affascinante, tutto Prada&Manolo, fatto di marchi prestigiosi e maison francesi chic, di sfilate e accessori favolosi.

Ma soprattutto a piacerci fu l’idea di poter spiare il dietro le quinte di una redazione di una grande rivista di moda – il sogno di molte di noi. Certo, poi quell’ambiente si rivelava per la protagonista un autentico inferno ma noi, in quelle quattrocento pagine in cui ci sentivamo tutte Andy Sachs,  sognavamo il giorno in cui avremmo potuto permetterci il nostro primo paio di Jimmy Choo e credevamo ancora (beata ingenuità) che le editor potessero “prendere in prestito” tutto ciò che desideravano dal guardaroba interno.

Quindi, nel momento in cui è stato annunciato l’arrivo del sequel nelle librerie, sono tornata in un lampo  quella ventenne che lo lesse avidamente dieci anni fa.

Incurante delle critiche catastrofiche che arrivavamo dagli States (“il solito snobismo verso i sequel”, ho pensato) mi sono comprata la mia bella copia e mi sono preparata a scoprire che fine aveva fatto Andy dopo aver mandato all’aria la carriera per cui “tutte le ragazza ucciderebbero”, come si diceva nel libro.

La ritroviamo dieci anni dopo con un gran bel lavoro – ha fondato con l’ex collega, la spocchiosa e secchissima Emily Charlton, una rivista patinatissima di matrimoni. “The Plunge – e sta per sposarsi, ma non con il fidanzato dei tempi di “Runway”, bensì un trentenne tycoon bello, ricco , sexy, intelligente e sensibile… (Mhhhh ecco qua, sento già puzza di sòla…)

Peccato che più procedevo nella lettura e meno trovavo quel favoloso mondo che permeava il  primo libro. Dov’è finito lo “scintillio”? Che fine hanno fatto Nancy Gonzales, Narciso Rodriguez, Chanel, Prada?

C’è solo un distratto accenno al fatto che il suo abito da sposa è un Monique Lhullier su misura, ma buttato così senza importanza, (e qui il mio cuore ha fatto un tuffo nel petto, un Monique Lhullier, il sogno di ogni sposa insieme a un Vera Wang!) ma non viene neanche descritto (era “a meringa”, più fluido? In pizzo chantilly o chiffon?).

Certo, all’inizio compare anche lui, Valentino in persona, accompagnato da uno dei suoi carlini,  in un party su un costosissimo yacht ma senza alcuna enfasi…

Come avrebbe detto Miranda “è tutto!” o poco più.

La vita di Andy, come leggerete, è molto cambiata e, nonostante il contributo della rossa Emily, sempre elegantissima, dimenticate quel guizzo”fashion” a cui vi eravate abituate, niente it bags, stiletti cool e abiti da schianto, ma tutone in ciniglia, felpone e scarpe da runnings (e non quelle cool che si mettono adesso le fashioniste).

Certo, sarebbe stato irreale aspettarsi una replica della storia del primo libro ma dov’è quel tocco “frivolamente” modaiolo che abbiamo amato? Non c’è, punto… Niente corse da Hermés a recuperare foulards, niente settimane della moda in vista, niente discorsi su cinture cerulee, insomma qui la moda non c’entra e se c’entra è guardata con sospetto.

Persino il “Diavolo”, la perfida Miranda Priestley, la donna che tutte noi speriamo non sia mai il nostro capo, compare appena tre-quattro volte nella storia. Ossessiona “da lontano” Andy in continuazione (la ragazza sembra riportare tutti i sintomi della sindrome post traumatica dei soldati che tornano da zone di guerra) ma la sua psicologia rimane abbozzata e poco incisiva.

Insomma la musica è cambiata nel sequel e un po’ mi dispiace, la ventenne che l’aveva letto qualche anno fa e che alberga ancora in me è parecchio delusa… Certo non mi aspettavo la stessa “solfa” ma questa storia, questi personaggi non hanno nulla a che vedere con il brillante primo “episodio”, l’autrice lo usa come pretesto per raccontare una vicenda abbastanza banale,  fastidiosamente scontata, irritante in alcuni punti… Andy è insopportabile e a parte lavoro e marito da favola (ma vedrete), sinceramente non è più la ragazza che sognavamo di essere dieci anni fa.

Alla fine ho dovuto cedere e dare ragione al coro di critiche feroci: “La Vendetta veste Prada” è un abilissimo risultato di marketing ma una sòla gigantesca. Colpa mia, mi ero fatta troppe aspettative e sentimentalismi.

Chissà cosa ne avrebbe pensato Miranda stessa leggendo quello che le succedeva nel seguito della storia? Probabilmente avrebbe sollevato gli occhi al cielo e avrebbe “arricciato” le labbra che,  come ogni estimatrice de “Il Diavolo veste Prada”sa, vuol dire cuna cosa sola: CATASTROFE!!!!

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