Dirsi la verità fa sempre male.

In amore poi fa malissimo.

Ma per le ragazze degli anni Settanta la ricerca della verità, anzi dell’essenza della verità, è come un karma o Benicio Del Toro: impossibile resistergli.

Sono cresciute “pericolosamente senza”.

Senza casco (sul sellino posteriore di una Kawasaki 750, altrimenti detta la bara volante per via di un problemino con la tenuta di strada),

senza reggiseno (il corpo come una bandiera, la nudità come metafora della libertà e mezzo efficace per interessanti sperimentazioni erotiche),

senza paura (fumandosi di tutto e provando a viaggiare quando non c’era giorno che sul giornale ci finisse qualcuno morto stecchito perché la roba era tagliata male).

 

Ma non erano solo “senza”, erano anche “contro”.

 

Contro il sistema (dentro alle scuole occupate a parlare e progettare per giorni interi),

la famiglia borghese (hanno digiunato e si sono abbuffate quando anoressia e bulimia non erano ancora malattie),

il capitalismo (poncho di una lana che pungeva come un cilicio, abito a fiori e bisaccia militare che con il suo puzzo di disinfettante poteva impestare una stanza per mesi).

Ci credevano e non hanno mai smesso di farlo.

 

Sono diventate delle sognatrici pragmatiche (dirigono le aziende, ma leggono l’oroscopo), delle rivoluzionarie possibiliste (si sono sposate, hanno divorziato, si sono risposate, hanno fatto dei figli, ma continuano a pensare che la famiglia perfetta sia quella formata da amanti e amici) delle integre disintegrate (giacca di Chanel sulle spalle e un eskimo sul cuore).

 

Va da sé che in un mondo di Barbie siliconate e mummie pietrificate da eccesso di botulino hanno un gran successo con gli uomini.

 

Con i coetanei (perché gli ricordano che anche loro ci avevano creduto),

con i più vecchi (perché non c’è niente di più eccitante di una barricadera in incognito),

con i più giovani (perché loro, le ragazze, sono ancora più giovani e li fanno sentire terribilmente sexy e intelligenti).

E fino a qui, niente di male.

 

Il problema sorge quando, a causa della sindrome da accumulo (di cineforum, canzoni di Vasco Rossi, letture filosofiche, cenette slowfood, meditazioni trascendentali, visite ai mercatini delle pulci), decidono di dire/dirsi la verità. Perché non sono donne da lifting (giusto una cremina anti age da 200 euro da tenere in borsa con il ciondolo del Lama) e quindi, quando non amano più, lo dicono e quando si innamorano di nuovo pure.

 

Fanno outing, triplo salto mortale senza rete, nude in mezzo alla strada alla ricerca di un taxi (senza nemmeno la carta di credito, è ovvio).

E poi lacrime e sangue, occhi pesti e naso rosso, SMS al vetriolo e imbarazzati silenzi.

 

Loro non si negano mai niente, vanno sempre fino in fondo. “Non credevo che mi amassi così tanto”, “vorrei baciarti tutte le volte che ti incontro”, “è una questione di gestione del desiderio”, “ti rispetto e non ti giudico”, “vaff……”, “ho lasciato lei per te”, “non essere triste”, “scusami”, “mi sento una perfetta idiota”, “prova a vedere le cose da un altro punto di vista”, “vaff….”.

 

Frasi da bugiardino informativo per medicinali “cura il mal di testa… può provocare un ictus” e via di questo passo. Tutto e il contrario di tutto ed è tutto vero. Ci vuole coraggio a essere vere, però in fondo quelle meravigliose, sono loro.

 

Ah, dimenticavo: se un vestito ci sta male, non cambiate corpo, cambiate sarto.