Il 21 ottobre a Parigi tutto il mondo dell’arte era presente al vernissage di apertura della Fiac (Foire Internationale d’Art Contemporain) giunta alla sua 42° edizione.

Un appuntamento attesissimo che si conferma nella classifica delle fiere europee d’arte moderna e contemporanea come il più apprezzato dopo Art Basel e la londinese Frieze.

Sotto la splendida cupola del Grand Palais, che già di per sé è un vero e proprio gioiello di architettura, Fiac ha riunito ben 173 gallerie, provenienti da 23 paesi, dalla Francia agli Stati Uniti, dall’Inghilterra all’Italia. Per chi, come me, è appassionato, l’emozione che si scatena visitando una fiera è fortissima. Gli occhi brillano davanti a capolavori inestimabili. Come su una nuvola, ci si lascia trasportare dalle scelte stilistiche di grandi intenditori ed esperti come i galleristi, che scelgono talvolta di esporre una sola corrente o addirittura un solo artista, in un panorama che parte dall’arte moderna per giungere fino a quella contemporanea.

fiac parigi esposizione

L’Italia era rappresentata da gallerie potenti e prestigiose, come Massimo de Carlo, Giò Marconi, Massimo Minini, Tornabuoni. La Francia ha schierato in campo Lelong, Thaddaeus Ropac, Galerie 1900-2000, l’Inghilterra controbatteva con Lisson Gallery e Simon Lee, dagli Stati Uniti Gagosian, Nahmad Contemporary, Van de Weghe.

Ma i protagonisti erano loro, le opere d’arte, ognuna con il proprio ritmo, il proprio stile, la propria melodia. E durante appuntamenti come questo si ha quasi la percezione di assistere a un concerto sinfonico, dove i suoni di ogni singolo strumento si incontrano per un risultato perfetto, l’armonia. Ed è bizzarro, e nel contempo meraviglioso, che davanti a un ritratto femminile di Modigliani, datato 1917, la mente corra veloce a immaginare il passato storico, fatto anch’esso di musica, il pianoforte di Satie, i balletti di Poulenc, quelle atmosfere fumose tipiche di Montparnasse, intrise di cultura, poesia, assenzio e vita.

Così come, ritrovandosi davanti a uno spettacolare dipinto di J.M. Basquiat del 1983, riviva la New York di quegli anni, la voce e la chitarra underground di Lou Reed, la scoperta del punk rock, la solitudine, la ribellione, la strada. Perché questo è arte. Talvolta un gesto di un istante sulla tela o sui muri, il risultato di una gestualità vibrante, l’urlo di denuncia di uno stato d’animo, l’espressione dell’“io esisto”, talvolta invece una visione nuova della realtà, più ponderata, riflessiva, cercata.

L’arte è il blu di Yves Klein, il sensuale geometrismo di Picasso, il segno informale di Carla Accardi, quella tonalità di celeste mischiato al grigio dei cieli parigini di Utrillo, l’azione inconscia e impetuosa di Jackson Pollock, i tagli di Fontana, gli infiniti esperimenti di Baruchello, il realismo magico di Paola Pivi. L’arte è l’universo in cui sogni, emozioni, sorrisi e paure coesistono. L’arte è vita. Almeno per me.

fiac locandina