Dopo sei intensi giorni di sfilate, eventi, presentazioni, cocktail, opening e chi ne ha più ne metta, si è chiusa la Milano Fashion Week.

Una stagione particolare, frenetica (almeno a vedere i colleghi che “schizzavano” velocissimi da una sfilata all’altra), complice un calendario più “compresso” del solito. E stavolta la Wintour non c’entra.

Una stagione “particolare”, affollatissima di buyer provenienti dall’Est asiatico e da tutti quei mercati nuovi (Emirati Arabi e Russia in testa), appetibilissimi per il Made in Italy e dove sembra che ogni giorno spuntino come funghi boutique di Prada, Armani e altri nomi eccellenti della nostra moda.

Perché, nonostante il circo festoso e scintillante (e anche un po’ vuoto) che è per alcuni, in realtà la moda la crisi l’ha sentita e ci ha dovuto fare i conti, in tutti i sensi.

Un segnale? La presenza minore delle celeb internazionali nei front row: certo, c’erano Blake Lively da Gucci, Selena Gomez da Versace, Kate Moss, arrivata per “battezzare” il negozio di Stuart Weitzman, tutti nomi “forti”, ma ve li ricordate i tempi d’oro in cui da Armani arrivava George Clooney (con la Canalis) o da Dolce&Gabbana sorrideva in prima fila Scarlett Johansson?

Quest’anno è stato tutto più “misurato”, meno “schiamazzo” e più focus su quello che i brand sanno fare bene, soprattutto in un momento così difficile per l’economia.

MSGM, che ha sfilato ufficialmente per la prima volta in calendario, ha giocato con maestria con il suo mix&match di stampe coloratissime, che piace alle addette ai lavori, ma anche alle giovanissime.

Max Mara ha puntato sul monocromo (bianco, beige, indaco, fucsia e smeraldo, rigorosamente in total look) e sulla perfezione delle linee e delle proporzioni.

Antonio Marras ha costruito una storia e un universo incantato intorno ad abiti romantici e sognanti e la sua sfilata è stata una di quelle che riescono, per location e atmosfera, a far venire i brividi.

Alessandro Dell’Acqua, talmente bravo che i francesi l’hanno voluto come Direttore Creativo di un marchio storico come Rochas, ha puntato su pizzi delicati e dettagli decor, con abiti femminilissimi e camicie maschili, ingentilite da dettagli chandelier, da indossare come se fossero abiti (senza dubbio il mio pezzo preferito). Anche se sto riflettendo se mi farò tentare dalle ciabattine da indossare con calzetti in organza ricamata…

Impossibile non parlare della sfilata Prada che, come fa sempre, ha stupito tutti con un concept complesso e visivamente forte: ha inserito le opere di sei giovani illustratori, autori dei giganteschi murales della sala delle sfilate della sede di via Fogazzaro, all’interno della collezione. Ottanta sarte hanno introdotto questi volti femminili su abiti, cappotti e borse, tra maxi cristalli swarovski e dettagli rubati al mondo dello sport. Non tutto andrà in produzione, certo, ma è bello vedere che c’è anche voglia di qualcosa di coraggioso, di “sovvertire le regole del gioco” come fa Miuccia.

Momento memorabile della fashion week con Moschino, che ha festeggito i 30 anni con una sfilata evento gioiosa, divertente, scanzonata, un omaggio allo spirito giocoso e irriverente del brand, che tanto piaceva a Franco Moschino, creatore del marchio. Sulla passerella modelle storiche come Pat Cleveland ed Erin O’Connor ballavano, mentre sfilava il binomio della “bad girl vs good girl”. Finalone a sorpresa con Gloia Gaynor sul palco e le note di “I am what I am”.

All’opposto, ma ugualmente suggestiva, anche se in maniera totalmente differente, la sfilata di Marni, cominciata con qualche piccolo problema tecnico e senza colonna sonora. Vedere sfilare le modelle in quella location così luminosa e bianca, nel silenzio, con in sottofondo solo il “ticchettio” delle macchine fotografiche, è stato surreale, stranissimo, ma davvero suggestivo. Forse perché, per la prima volta, ci siamo concentrati con chiarezza sull’abito, contemplandone con attenzione la perfezione di un ricamo, l’armonia dei volumi e delle proporzioni, senza farci distrarre da mille cose: la musica, le luci colorate etc.

Perché per molti si tratterà di un circo modaiolo sempre più esibizionista ed egoriferito, ma dietro tutto questa “apparenza” alla fine ci sono loro, gli abiti.

 

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