“Ricordati la maglia di lana!”, uno dei mantra che ancora resiste nelle raccomandazioni delle nonne del terzo millennio, trova le sue radici nell’Italia rurale del secolo scorso.

La maglia con le maniche lunghe era una specie di tortura fatta indumento, un cilicio di lana non cardata, sferruzzato dalla mani amorevoli di mamme e nonne e accompagnava donne e uomini dalla nascita alla tomba. Pungeva, prudeva, ingoffava, ma a poco a poco si adattava al corpo di chi la indossava e sì, spesso ne preservava la salute. Le donne che vivevano in campagna, fino agli anni ’50, non portavano il cappotto, ma lo scialletto, non indossavano maglioni, non possedevano ombrelli. Pochi indumenti di un cotonaccio resistente e magari una giacca ricavata da una vecchia coperta militare, rigida e urticante come la carta vetrata. Per questo motivo, la maglia di lana rappresentava l’unica vera protezione da freddo, umidità, vento o calore. Era una seconda pelle che poteva davvero scongiurare una polmonite, allora incurabile, e un vecchio detto recitava che ogni madre avrebbe potuto riconoscere il proprio figlio morto soldato – la piastrina non era ancora d’uso – attraverso la maglia che aveva indosso.

Nel dopoguerra, la rinascita industriale delle città crea una vera e propria realtà parallela, dove sopravvivono ancora alcune usanze del passato, ma vi si affiancano rapidamente le novità dettate dal benessere e dalla spinta al consumismo. Operaie, dattilografe, commesse e “signore” scoprono che l’intimo non serve solo a proteggere dai malanni, ma può migliorare il loro aspetto e quindi può farle più belle, unica qualità che consentiva l’accesso ad una classe sociale più elevata attraverso il matrimonio. I twin-set in shetland pizzicano ancora, i tessuti estivi sono spesso trasparenti, così si salvano pelle e decoro con l’abbigliamento intimo, l’eleganza nascosta, la vanità onesta e virtuosa perché non ostentata, che nobilitava anche gli abitucci finto Dior confezionati dalle sartine di provincia. Magliette sottili, fatte a macchina, sottovesti in seta (per chi se le poteva permettere) o in nylon, panciere per comprimere il ventre, modellare i glutei e reggere le calze, complemento indispensabile in ogni stagione e in ogni luogo. Il corpo era uno sconosciuto, tutto quello che lo riguardava era sconveniente e la naturalezza o la nudità erano concetti inimmaginabili.

Nell’Italia degli anni ‘50 e ‘60 bigotta e un po’ misogina, quando la réclame (allora la pubblicità si chiamava così) degli indumenti intimi femminili si poteva solo disegnare, e tutto quello che riguardava il corpo era considerato disdicevole (le parole “gravidanza” e “incinta” vennero bandite dal vocabolario e sostituite con “stato interessante” nei salotti borghesi e “comprare un bambino” in campagna), la quantità di biancheria intima fatta indossare alle donne era simbolo di virtù e decoro. Doveva spegnere gli ardori del maschio predatore sempre alla ricerca di un pezzetto di pelle scoperta, ma nell’intimità dell’alcova tutti questi strati si trasformavano in elementi di seduzione che accendevano il desiderio del partner attraverso il rito dello spogliarello. A questo proposito “Grazia”, in un numero del 1949, spiega diligentemente cosa deve comprendere il corredo personale della sposa impeccabile: una parure in tre pezzi da sposa, due camicie da notte eleganti e due semplici, una camicia da notte a maniche lunghe, due pagliaccetti da sera, due sottovesti intere e due sottogonne (chiamate jupon) una in taffetà e una in cotone, una liseuse (giacchina di seta o lana traforata da indossare a letto sopra la camicia da notte), una vestaglia elegante e una semplice, un busto, una guepière, tante mutandine semplici e speciali “per quei giorni”, magliette a spalla larga o con bretelline sottili in lana, cotone, seta.

Quello che è successo dopo è storia nota: gli anni ’70, il femminismo, la riscoperta del corpo, la sua manipolazione per poterlo esibire sempre giovane e perfetto. Però agli eccessi della chirurgia plastica il mondo della moda, da qualche anno, sta rispondendo con la rivalutazione dell’intimo che “aiuta”, come se sussurrasse alle donne che la sensualità, la bellezza, l’unicità di ciascuna comprende anche le imperfezioni. Le collezioni di intimo per quest’inverno hanno riproposto sottovesti e reggicalze, calzoncini modellanti e culotte per affermare la riscoperta del piacere che procura il lusso che non si vede, come un gesto d’amore per sé, magari da condividere solo con qualcuno di speciale. Il mistero, si sa, ha sempre fatto bene all’amore. Ricordate lo spogliarello di Sophia Loren per Marcello Mastroianni in “Ieri, oggi e domani” di Vittorio De Sica? Sublime.