Il 2014 sarà fantastico, parola di fashion therapist: perché non inaugurarlo con una sana sessione di acquisti gratificanti?

Io non so fare shopping con le amiche, in verità per me lo shopping è una pratica rigorosamente solitaria, mentre mi diverto moltissimo a fare da consulente agli acquisti altrui. E detto così non suona benissimo. Sembra che, mentre le mie amiche si fidano di me, io non mi fidi di loro. Ma non è esattamente così: nei miei confronti sono ipercritica, difficilmente trovo qualcosa che mi vada bene così com’è, mi vergogno di mostrarmi in mutande sotto la luce impietosa di un neon dentro a un camerino microscopico. Quindi, se shopping deve essere, deve essere un rito che si consuma tra me e me sola. Se invece ricopro il ruolo di accompagnatrice, mi sento proprio a mio agio (deformazione personale, probabilmente). Scovo pezzi unici meravigliosi in mezzo a cumuli di stracci, creo abbinamenti creativi, propongo cose che l’amica di turno non si sarebbe mai sognata di provare e che alla fine risultano essere le migliori.

Conclusioni? Quando vogliamo bene veramente, riusciamo ad andare oltre (i complessi, i condizionamenti, la noia e la paranoia), perché il cuore vede meglio degli occhi e non si limita all’involucro (il corpo), ma riesce a tener conto anche del contenuto (l’anima) perché secondo me è così che funziona: il corpo serve per portare a spasso l’anima.

Se invece non ci vogliamo abbastanza bene, è abbastanza probabile che ci lasceremo fregare, nell’ordine, da:

il fattore taglia: dobbiamo entrare in quella che è simbolo di bellezza, ad ogni costo. Se no, piuttosto che chiedere una misura in più, si esce senza comprare.

“l’affare”: sandalo scontatissimo, ma che vi fa malissimo anche da sedute, figuriamoci camminare; unico camicina/pull/pantalone/gonna (è lo stesso) che avevate scartato, ma che visto addosso ad un’altra vi sembra fantastico, attesa febbrile in zona camerini nella speranza che la rivale non lo compri.

Le possibilità sono due, ma, nella mia esperienza, una fregatura entrambe.

A) riuscite ad accaparrarvi il trofeo, ma non lo indosserete mai perché è troppo stretto/largo/non è il vostro genere/il colore non vi dona ecc.

B) l’altra si dirige trionfalmente verso la cassa e, da quel momento, il mancato acquisto si trasforma in un mito, l’indumento perfetto che ci avrebbe trasformato in una dea. Il lutto può avere durate variabili, comunque almeno fino al successivo acquisto sbagliato.

la preveggenza: i jeans che saranno perfetti quando avremo perso 5 chili/tonificato i glutei/eliminato la pancia/ci saremo asciugate dopo la vacanza al mare; il piumino per quest’inverno; il bikini per l’estate prossima; il tailleur da vera signora che “adesso no perché mi fa vecchia ma dopo sarà perfetto” e potrei continuare all’infinito. Gli acquisti postdatati, da non consumare prima del… come le marmellate o come quei vestiti orribili che mia madre ci comprava “per la crescita”, sempre fuori tempo e quindi fuori misura. Secondo me, un’inutile forma di masochismo. I jeans potrebbero essere immettibili per i prossimi 10 anni e sarebbero lì nell’armadio a rovinarci la vita tutte le volte che ci capitano tra le mani, oppure riusciremo ad entrarci, ma non ci piaceranno; il piumino saremo stufe di vederlo senza averlo mai indossato, idem il bikini, il tailleur ci farà vecchia anche a novant’anni perché non siamo tipi da tailleur. Insomma, se un acquisto non gratifica oggi, meglio lasciar perdere. Fatica e soldi sprecati, io ne so qualcosa. Gira e rigira, il nostro mantra ha ragione.

Se un vestito ci sta male, non bisogna cambiare corpo, bisogna cambiare sarto.