Chi ha detto che per essere femminili bisogna necessariamente strizzarsi in abitini striminziti che a volte fanno più effetto cotechino di Capodanno che femme fatale? O che servano scollature vertiginose con tette semi al vento stile Valeriona nazionale?

O che un uomo debba per forza strozzarsi dentro il nodo di una cravatta, a luglio, con 40 gradi all’ombra, per sentirsi un vero macho?

Io dico che spesso tutto questo non serve. Talvolta basta un solo, unico e inimitabile capo a salvare un look noioso e anonimo, o al contrario troppo eccentrico. Un capo dalle infinite sfaccettature, che sa gridare grinta e indipendenza, un capo che esce dai confini della moda per sfociare nel racconto della propria vita, un capo che chiunque può indossare, ma che rende ciascuno unico nella propria personalità: la T-shirt.

La T-shirt va bene sempre (o quasi); è per uomini, per donne, per giovani, vecchi, magri, grassi, alti e bassi. Presente nel guardaroba di tutti, salva serata e amica fidata, un intramontabile classico, un oggetto di culto, a cui spesso ti leghi affettivamente in ricordo di quel fidanzatino, o di quella vecchia amica, o di quel periodo della tua vita.

Ma da dove arriva tutta questa popolarità?

Diversamente da come pensano in molti la T-shirt non nasce dall’abbigliamento militare, ma nell’ambiente operaio di inizio ’900, quando gli uomini al lavoro la indossavano sotto le giacche.

Audrey Hepburn in Come rubare un milione di dollari e vivere felici

A seguito di questa umile origine è negli anni ’50 che la maglietta esplode come capo fashion, che su icone come Marlon Brando e James Dean trasudava sensualità, come un babà in estate trasuda rhum. Come dimenticare questi due pezzi di manzo nei film Un treno chiamato desiderio -il primo- e Gioventù bruciata –il secondo?  In entrambi i film i due attori trascorrono quasi tutto il tempo con indosso la T-shirt. James Dean la portava abbinata a jeans e giacca di pelle, e a parer mio nella storia del cinema e del mondo non è esistito nessun look e nessun uomo tanto sexy e virile.

Qualche anno dopo anche le donne iniziavano ad indossarla: negli anni ’60 attrici del calibro di Brigitte Bardot e Audrey Hepburn si sono fatte fotografare persino nella propria vita privata con indosso T-shirt bianche immacolate.

Saltiamo agli anni ’70 per trovare una splendida Cathrerine Deneuve con le sue maniche risvoltate su una T-shirt probabilmente maschile (terribilmente sensuale su una donna).

Arriviamo agli anni ’80 e non possiamo non pensare a quella macchina da guerra di Madonna che cantando Papa don’t preach esibisce T-shirts come se non ci fosse un domani.

E poi ancora i Rolling Stones, e Johnny Depp, che ha basato la sua carriera sull’immagine di sé del bello e dannato: come rendere questa immagine se non con T-shirt aderenti tipo seconda pelle che mettono in evidenza i bicipiti ed in mostra i tatuaggi?

La lista è infinita, i personaggi famosi che scelgono la T-shirt nella vita privata o la indossano sui set è interminabile.

james dean (stopermorire) sundaydrivenyc.wordpress.com

La T-shirt è il capo democratico per eccellenza: non solo perché chiunque può comprarla, ma anche e soprattutto perché fin dalla sua esplosione nella moda è stata utilizzata come metodo di comunicazione e pubblicità. Chi non ha una maglia con la scritta I <3 NY, comprata come souvenir  in un viaggio nella Grande Mela dall’amico della sorella del cugino del fratello? E chi non conosce la maglia con il faccione del Che (Guevara)?

Oggi abbiamo infinite possibilità per personalizzare le nostre magliette: stampe, colori, scritte (ricordiamo quella, finissima, di Nicole Minetti che recitava Senza t-shirt sono ancora meglio).

E a proposito di personalizzazione delle T-shirts voglio presentarvi un nuovo brand che in questo la sa davvero lunga…ma voi avete un po’ di pazienza vero?

Ci rileggiamo nella prossima puntata con Blaze t-shirt lover’s amici, state connessi!